Gli Enti locali -Paolo Gros, Lucio Guerra e Marco Lombardi on web
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A.T.I. - PAGAMENTI > 10.000,00

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A.T.I. - PAGAMENTI > 10.000,00

Messaggio  annam il Lun 28 Mar 2011 - 15:46

Gentili colleghi

Avrei bisogno di chiarire come ci si deve comportare – in occasione delle verifiche art. 48 bis d.p.r. 602/1973 - quando ci si trova di fronte ad un’AT.I.

Dalla lettura della circolare MEF N. 29/2009, pag. 4, avrei capito che, di fronte al pagamento di una fattura emessa dalla società mandataria, la verifica Equitalia va fatta anche nei confronti delle società mandanti.

Non essendo, però, sicurissima della cosa vorrei provare a fare un esempio:

A.T.I. costituita da:
società mandante “A” (15%)
società mandante “B” (8%)
società mandataria “C” (77%)

La fatturazione avviene dalla società mandataria “C” per euro 68.000,00.
La verifica in Equitalia, pertanto, dovrebbe essere:
per società mandante “A” per euro 10.200,00 (15% di euro 68.000,00) SI VERIFICA
per società mandataria “C” per euro 52.360,00 (77% di euro 68.000,00)SI VERIFICA
In quanto alla società mandate “B” (68.000,00 x 8%= 5.440,00) NO verifica.

E’ corretto?
E se una delle società mandanti dovesse essere non adempiente?
Grazie 1.000.


annam

Messaggi: 429
Data d'iscrizione: 26.10.10

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ATI

Messaggio  Paolo Gros il Lun 28 Mar 2011 - 15:53

Quanto indichi e' corretto.
Se poi una delle societa' dell'Ati e' singolarmente inadempiente a nulla rilevando se sia mandataria o mandante si apllica in toto la norma superiore a 10.000 €.

Paolo Gros
Admin

Messaggi: 49165
Data d'iscrizione: 30.07.10

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ATI

Messaggio  angelo.tiberi il Lun 28 Mar 2011 - 16:48

LA VERIFICA NON VA FATTA TENENDO CONTO DELLA % DI PARTECIPAZIONE ALL'A.T.I. DI OGNI SOCIETA', MA CONSIDERANDO LA PARTE DEI LAVORI EFFETTIVAMENTE ESEGUITI DA OGNI SOCIETA'.

angelo.tiberi

Messaggi: 35
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ATI

Messaggio  Paolo Gros il Lun 28 Mar 2011 - 17:25

Sommessamente dissento e cerco di ripercorrere il problema per tappe:
I termini del problema
La questione interpretativa legata alla individuazione delle modalità e della tempistica
attraverso le quali deve essere assolto, da parte delle associazione temporanee di
imprese, l’obbligo di dichiarare le quote di partecipazione dei propri componenti,
registra una nuova puntata, costituita da una recente sentenza del TAR Calabria sezione di Catanzaro.
Prima di esaminare la posizione assunta dal richiamato TAR – indubbiamente
meritevole di attenzione – vale la pena rammentare brevemente i termini del problema.
Antecedentemente all’entrata in vigore del Codice dei Contratti, le norme di riferimento
per il tema di cui occupa erano costituite dall’articolo 93 comma 4 del d.P.R. n. 554/99
e dall’articolo 13 della Legge 109/1994 e s.m.i..
L’articolo 93 comma 4 del d.P.R. n. 554/1999 stabiliva che le imprese riunite in
associazione temporanea dovevano eseguire i lavori nella percentuale corrispondente
alla quota di partecipazione al raggruppamento. Tuttavia, il medesimo articolo nulla
precisava circa il momento in cui l‘associazione era tenuta a dichiarare dette quote di
partecipazione.
Né tantomeno indicazioni in proposito provenivano dall’articolo 13 della Legge
109/1994, il quale, al comma 1, si limitava a stabilire che la partecipazione alle
procedure di affidamento delle associazioni temporanee era ammessa a condizione che
il mandatario o il capogruppo fosse già in possesso dei requisiti di qualificazione “per
la quota percentuale indicata nel regolamento”.
Entrambe le previsioni sono state abrogate dall’articolo 256 del Codice dei Contratti.
Ciò nonostante, l’obbligo di cui all’articolo 93 comma 4 lo troviamo pedissequamente
riproposto all’articolo 37 comma 13 del Codice, il quale, per l’appunto, dispone che “i
concorrenti riuniti in raggruppamento temporaneo devono eseguire le prestazioni nella
percentuale corrispondente alla quota di partecipazione al raggruppamento”.
Per quanto concerne invece la disposizione di cui all’articolo 13 comma 1, nel Codice
non è rinvenibile una previsione di tenore analogo, atteso che l’attuale disciplina delle
associazioni temporanee per contratti di lavori pubblici – contenuta al ripetuto articolo
37 – non reca più alcun accenno all’obbligo di possedere i requisiti di qualificazione
“per la quota percentuale indicata nel regolamento”, ma specifica più semplicemente
che “nel caso di lavori, i raggruppamenti temporanei (…) sono ammessi se gli
imprenditori partecipanti al raggruppamento (…) abbiano i requisiti indicati nel
regolamento” .
Orbene il problema che si è posto agli operatori del settore, già con la normativa ante
Codice dei Contratti, è quello di individuare il momento in cui l’associazione
(costituenda o costituita) è tenuta a esplicitare le quote di partecipazione dei propri
componenti.
La questione non è ovviamente di poco conto.
Si rileva infatti che, nel caso in cui le associazioni temporanee fossero tenute specificare
la percentuale di suddivisione interna dei lavori già in sede di gara, la stazione
appaltante sarebbe tenuta a verificare in capo ad esse sia l’esistenza di detta
dichiarazione, sia la congruità della stessa con i requisiti di qualificazione posseduti da
ciascuna impresa facente parte dell’associazione; con la conseguenza che, in difetto, il
raggruppamento andrebbe inesorabilmente escluso dalla gara.
In vigenza della “vecchia” disciplina sono maturati due orientamenti interpretativi.
Secondo un primo orientamento, il principio di buon andamento e di trasparenza
impone che le imprese partecipanti ad un costituendo raggruppamento indichino le
quote di lavori che ciascuna di loro eseguirà già in sede di gara, in modo da permettere
subito la verifica dei requisiti in parola, atteso che la normativa vigente “si impernia su
un principio di corrispondenza sostanziale, già nella fase della offerta, tra quote di
qualificazione e quote di partecipazione all'ATI (cfr. art. 13 comma 1 della legge n.
109/1994) e tra quote di partecipazione e quote di esecuzione (art. 93 comma 4 d.P.R.
n. 554/1999)” (C.G.A. 13 giugno 2005 n. 358).
Viceversa, secondo altro orientamento, l'indicazione delle "quote percentuali" di cui
all’articolo 13 comma 1 della Legge 109/1994, in quanto specificamente riferita ai
requisiti di qualificazione richiesti a dimostrazione della capacità economico-finanziaria
e organizzativa dell'impresa, “non riguarda la suddivisione in quote dei lavori
dell'appalto da aggiudicare tra i componenti del raggruppamento, non riguarda cioè il
"quantum" della partecipazione di ciascuno ai lavori stessi: non a caso manca infatti
nella norma il termine "partecipazione". Ed appare ben evidente la differenza di ratio
dei due adempimenti, l'uno (possesso dei requisiti di qualificazione), riguarda, il
necessario accertamento della capacità economico-finanziaria dell'impresa, mentre
l'altro (suddivisione fra componenti il raggruppamento dei lavori) attiene alla corretta
esecuzione dell'appalto” (TAR Friuli Venezia Giulia 1 settembre 2005 n. 753).
Infine, l’Autorità aveva avuto modo di precisare che la quota di partecipazione al
raggruppamento dipende dall’atto che regola i rapporti tra le associate, e ha “rilevanza
in sede di esecuzione del contratto e nei confronti della stazione appaltante” (Cfr.
determinazione n. 15 del 18 luglio 2001).
La posizione del Consiglio di Stato
Con la sentenza del Consiglio di Stato, sez. VI 11 maggio 2007 n. 2310, l’ago della
bilancia sembrava essersi definitivamente spostato a favore della tesi interpretativa che riteneva sussistente l’obbligo di indicare le quote di che trattasi già in sede di gara.
Secondo Palazzo Spada, a livello normativo non è rivenibile una disposizione espressa
circa il momento in cui l’ATI partecipante ad una gara è tenuta a dichiarare l'importo
dei lavori del raggruppamento in relazione alle singole compartecipanti, e cioè se sin
dall'ammissione alla gara o successivamente all'aggiudicazione.
Tuttavia, dalla lettura delle norme di interesse “e soprattutto dalla loro parziale
modifica nel tempo”, può evincersi l'obbligo per le imprese del costituendo
raggruppamento, orizzontale e verticale, di “indicare l'importo dei lavori in relazione
alle singole partecipanti anche in assenza di specifica previsione in seno alla lex
specialis. Ragionando diversamente, infatti, non si comprenderebbe la ragione per cui
la legge 415/1998, pur ammettendo alla procedura di gara anche le associazioni
temporanee non ancora costituite, non ha modificato l'art. 13, comma 1, Legge.
109/94”.
In altri termini – secondo il Consiglio di Stato – “la necessità delle previa indicazione
delle quote di partecipazione” sarebbe diretta conseguenza della circostanza che il
legislatore, in fase di riscrittura dell'art. 13 (effettuata a mezzo della Legge 415/1998,
che ha consentito la presentazione di offerte anche alle associazioni temporanee di
imprese non ancora costituite), non ha emendato il comma 1 del medesimo articolo, il
quale subordina la partecipazione alla procedura concorsuale delle associazioni
temporanee alla condizione che la mandataria e le altre imprese del raggruppamento
siano già in possesso dei requisiti di qualificazione per la rispettiva quota percentuale.
Una volta caduto il divieto di ammettere i raggruppamenti ancora da costituire, infatti,
la “previsione contenuta all'art. 13, comma 1, l. 109/94 sarebbe chiaro indice
dell'intento del legislatore di conservare la preventiva verifica dei requisiti in relazione
alle singole quote di partecipazione anche nel nuovo regime”.
Peraltro – è rilevato nella sentenza in parola - è proprio la normativa regolamentare a
sottintendere tale "principio di corrispondenza sostanziale, già nella fase della offerta,
tra quote di qualificazione e quote di partecipazione all'ATI (cfr. art. 13 comma 1 della
legge) e tra quote di partecipazione e quote di esecuzione (art. 93 comma 4)" (C.G.A.,
dec. 8 marzo 2005 n. 97) con la conseguenza che “le quote di partecipazione al
raggruppamento non possono essere evidenziate ex post, in sede di esecuzione del
contratto, costituendo, quand’anche non esplicitato dalla lex specialis, un requisito di
ammissione, la cui inosservanza determina l’esclusione dalla gara” (così, ancora, Cons.
giust. amm. Sicilia, 31/3/2006, n. 116).
Ala luce di tale pronuncia, ai più la questione sembrava chiusa.
La pronuncia del TAR Calabria
Come già evidenziato, il dibattito giurisprudenziale non sembra, invece, essersi ancora
esaurito, visto che il TAR Calabria, tornando sul tema, si è discostato dall’indirizzo del
Consiglio di Stato.
Secondo il TAR, “non è rinvenibile alcuna norma che preveda espressamente l'onere
della previa indicazione delle quote di partecipazione” e “l’esistenza di detto obbligo
non può essere desunto dalla mancata riscrittura del primo comma dell’art. 13 della
legge n. 109/1994”.
In buona sostanza, i giudici calabresi, nel riprendere, sotto certi profili, quanto già
sostenuto dal TAR Friuli Venezia Giulia nella pronuncia sopra richiamata, asseriscono
che, in assenza di un dato di legge, non può considerarsi bastevole a ritenere sussistente siffatto obbligo la sola circostanza che, in sede di riscrittura dell’articolo 13 della Legge quadro, il legislatore, pur ammettendo la possibilità di presentare offerte da parte di costituendi raggruppamenti di imprese, non avrebbe esentato questi ultimi dall’obbligo
sancito per le associazioni già costituite di attestare il possesso dei requisiti di
qualificazione per la rispettiva quota percentuale.
A giudizio del TAR Calabria “l’inedita possibilità di presentare offerte prima ancora
della costituzione dell’ATI trova una disciplina esaustiva nel 5° comma dell’art. 13 in
discorso, di talché un problema di compatibilità o convivenza con la norma di cui al
primo comma, che si occupa delle associazioni di imprese già costituite prima della
presentazione delle offerte, neanche si pone”
D’altra parte, prosegue il TAR – “la norma di cui all’art. 13 impone alle associazione
temporanee di essere già in possesso dei requisiti di qualificazione, ma non fa cenno
alcuno alle quote di partecipazione al raggruppamento ed ai lavori da eseguire”.
E’ proprio quest’ultima affermazione, ad opinione di chi scrive, a rendere le
considerazioni del TAR calabrese degne di attenzione.
Si osserva in particolare che il richiamo che operava l’oramai abrogato articolo 13
comma 1 della legge quadro alla necessità per le imprese raggruppate di attestare i
requisiti di qualificazione per la “rispettiva quota percentuale” stabilita nel
Regolamento, non sembrava, in effetti, decisivo al fine di ritenere sussistente un obbligo di indicazione delle quote di partecipazione già nella fase di gara.
Il richiamo al Regolamento, infatti, non poteva che essere riferito al disposto di cui
all’articolo 95, che fissa i criteri di suddivisione “pro-quota” tra le imprese raggruppate
dei requisiti di partecipazione, piuttosto che – come lascia intendere il Consiglio di
Stato - all’articolo 93 comma 4 che impone a dette imprese di eseguire i lavori nel
rispetto della quota di partecipazione.
In buona sostanza, la dimostrazione del possesso dei requisiti da parte dei componenti
l’associazione, in sede di gara, andava fatta non in correlazione al "quantum" della
partecipazione di ciascuno di detti componenti ai lavori stessi, piuttosto in ragione della
divisione percentuale dei requisiti sancita al menzionato articolo 95 del d.P.R. n. 554/99
(il quale, per le associazioni orizzontali – in relazione alle quali si pone il problema -
prevede che la mandataria debba possedere minimo il 40% dei requisiti, la mandante
minimo il 10% e cumulativamente l’intero).
La questione assume maggiore rilievo in vigenza del Codice il quale ha, come visto,
eliminato ogni accenno alle “quote percentuali” contenute nel Regolamento, rendendo
quindi più arduo il compito dei sostenitori della esistenza di un obbligo di
specificazione delle aliquote di partecipazione al raggruppamento già nella fase di gara.
Se le argomentazioni del Consiglio di Stato erano fortemente legate alla formulazione –
e rivisitazione nel tempo – dell’articolo 13 della legge quadro, esse sono destinate a
perdere di valenza una volta calate nel contesto del Codice dei Contratti.
Tuttavia, anche aderendo alla condivisibile tesi interpretativa accolta dal TAR Calabria,
il problema non può comunque considerarsi superato.
Difatti, pur ritenendo inesistente un obbligo di legge a carico dei concorrenti riuniti a far conoscere anticipatamente alla stazione appaltante le modalità di ripartizione dei lavori tra le imprese raggruppate, non può sottacersi che il problema è semplicemente rinviato alla successiva fase esecutiva, laddove potrebbe profilarsi una suddivisione dei lavori contraddittoria con le qualificazioni dei singoli componenti; con ogni intuibile
conseguenza negativa, anche – ma non solo - in termini di economia del procedimento.
Lo schema di regolamento
Proprio al fine di evitare ciò, sarebbe auspicabile che il regolamento attuativo del
Codice dei Contratti chiarisse definitivamente la questione, specificando i termini e le
modalità di indicazione delle quote di partecipazione ai raggruppamenti, nonché le
conseguenze connesse alla mancato rispetto di esse ovvero alla incongruente
ripartizione dei lavori tra le imprese associate rispetto ai requisiti di qualificazione dalle
stesse posseduti.
Da una rapida lettura dello schema di regolamento, si rileva che, all’articolo 91 comma
2, rubricato “Requisiti dell'impresa singola e di quelle riunite”, è semplicemente
stabilito che “i lavori sono eseguiti dai concorrenti riuniti in raggruppamento
temporaneo nella percentuale corrispondente alle quote di partecipazione, nel rispetto
delle percentuali minime di cui al presente comma” (n.d.r. le medesime previste
all’articolo 95 del d.P.R. n. 554/99).
Tale disposizione, sostanzialmente ripetitiva di quella contenuta all’articolo 37 del
Codice, non appare affatto idonea a risolvere le descritte problematiche, a meno che non
si volesse ritenere che, una volta attestato il possesso dei requisiti nel rispetto delle
percentuali minime (40% mandataria e 10% mandante), le imprese siano libere di
suddividere a proprio piacimento i lavori, senza dover dimostrare alcunché al riguardo.
Non può essere sottaciuto che siffatta tesi creerebbe più di una perplessità circa la
rispondenza della stessa ai principi generali del sistema di qualificazione.
In attesa di conoscere l’evoluzione della normativa e considerate le difficoltà ed i dubbi
esistenti per gli operatori del settore, non appare sbagliato seguire i suggerimenti
desumibili da una pronuncia del TAR Piemonte che potrebbe costituire un saggio
riferimento per le stazioni appaltanti al fine di evitare, da un lato, contestazioni da parte
dei concorrenti e, dall’altro lato, i rischi sopra accennati.
I giudici torinesi affermano che se è vero che la quota di partecipazione dell’impresa al
raggruppamento dipende dall’atto che regola i rapporti tra le associate, e che lo stesso
assume rilevanza in sede di esecuzione del contratto, ciò non impedisce, tuttavia, “alla
stazione appaltante di richiedere alle imprese che intendano associarsi in A.T.I., di
dichiarare in sede di offerta, oltre all’impegno alla successiva costituzione del
raggruppamento, anche la ripartizione delle quote di partecipazione tra di loro, quando
questo risponda ad un particolare interesse della stazione appaltante, che la stessa
abbia trasfuso in una regola del bando sanzionata a pena di esclusione dalla gara”
(TAR Piemonte sez .II 22 giugno 2004 n. 1156).
Secondo tale sentenza detta richiesta non si pone in contrasto con la norma (all’epoca
l’art. 93, ultimo comma, DPR n. 554/1999, oggi l’articolo 37 comma 13 del D.lgs.
163/2006 e s.m.i.) che impone alle imprese riunite in associazione temporanea di
eseguire i lavori nella percentuale corrispondente alla quota di partecipazione al
raggruppamento, senza porre alcun obbligo per le imprese stesse di indicare le quote di
assunzione dei lavori in sede di partecipazione alla gara; la circostanza, infatti, che “la
ripartizione delle quote di esecuzione dei lavori assuma rilievo in sede di esecuzione del
contratto, non vieta alla stazione appaltante di richiedere alle imprese stesse di
indicare, al momento della partecipazione alla gara, le quote percentuali di assunzione
dei lavori, oltre all’impegno alla successiva costituzione del raggruppamento, quando
ciò risponda ad un particolare interesse della stazione appaltante”.

Paolo Gros
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